Cenni storici

Appunti di storia locale curati dal Prof. Riccardo Caproni, che si ringrazia sentitamente per la preziosa collaborazione.

 

Le origini: una misteriosa civitas sulle rive dell’Oglio

La posizione dell’abitato sopra un terrazzo fluviale tra le aree golenali del Cherio e dell’Oglio e l’impianto viario del centro storico testimoniano l’origine romana di Cividate. Il toponimo stesso deriva dal termine latino civitas, che indicava solitamente il luogo principale di una popolazione indigena (vedi, ad esempio, la Civitas Camunnorum, l’attuale Cividate Camuno antica capitale dei Camuni). Cividate al Piano presenta molte analogie con l’impianto del centro romano di Cividate Camuno: occupa, infatti, un’identica area di circa dodici ettari e uno stesso numero di decumani e cardini.

Gli storici antichi (Plinio e Tolomeo), descrivendo la Gallia Cisalpina collocavano un Forum Diuguntorum tra Bergamo, Cremona e Brescia. Era forse la nostra Cividate al Piano?

Dal castello al comune rurale

La misteriosa civitas subì probabilmente le distruzioni causate dalle invasioni barbariche, ma non si spopolò del tutto: gli abitanti superstiti si concentrarono sulla parte più difendibile del terrazzo fluviale, dando origine ad un piccolo villaggio difeso da un profondo fossato, corrispondente all’area dell’attuale castello-ricetto. I vescovi di Bergamo fortificarono ulteriormente il villaggio a difesa del confine con Brescia. Il primo documento scritto che nomina Cividate risale all’anno 842; si tratta di un atto di vendita redatto in Bergamo e sottoscritto, tra i testimoni, da un certo Vitalis de Civitate (arch. capitolare di Bergamo n. 2611).

La prima chiesa di Cividate era intitolata a San Martino e sorgeva a sud dell’abitato.

La chiesa di San Nicolò, eretta presumibilmente dopo le prime crociate ( sec. XI-XII) era in origine la chiesa del castello; nel sec. XIV sostituì quella di San Martino nel ruolo di parrocchiale.

Il castello di Cividate, attorno ai secoli XI-XII, passò al Comune di Bergamo che vi collocò famiglie di fede ghibellina: i Pensamigola, i Vegii, i Bellebono, i Terzi e i Balestra.

Durante le guerre tra Bergamo e Brescia per la giurisdizione su alcuni castelli di confine, Cividate si trovò al centro delle operazioni militari. Nel 1156 i bergamaschi furono sconfitti una prima volta nei campi Grumore tra Cividate a Palosco; qualche decennio, 1191, dopo subirono un’altra sconfitta proprio sotto il castello di Cividate, lasciando sul campo circa duemila uomini (lo scontro passò alla storia come “Battaglia della Malamorte” ).

Il nostro castello fu ancora protagonista di un altro fatto d’arme: la battaglia di Cortenuova, vinta il 27 novembre 1237 dall’imperatore Federico II sull’esercito della seconda Lega Lombarda. In quell’occasione la guarnigione bergamasca, alleata dell’imperatore, gli segnalò dal nostro castello il passaggio delle truppe nemiche dai ponti di Pontoglio e Palazzolo, appiccando il fuoco alla vicina chiesa di San Nicolò. Dopo la vittoria imperiale di Cortenuova i bergamaschi distrussero quel borgo e ne proibirono la ricostruzione. Le terre della contea guelfa di Cortenuova furono confiscate dal Comune di Bergamo e date in affitto a varie famiglie ghibelline. Gli affittuari di queste terre, non potendo collocare i propri contadini in territorio di Cortenuova, li stanziarono nei vicini comuni di Martinengo e Cividate. Iniziò così il ripopolamento del paese che si estese al di fuori del castello, occupando ben presto il sito della civitas romana (la cosiddetta “villa”).

Nel 1267 bergamaschi e cremonesi si accordarono per stabilire i confini tra le due città prima separate dalla contea di Cortenuova e scavarono tra Oglio e Serio un fossato denominato in seguito “Fosso Bergamasco”.

Nel 1290 il Comune di Bergamo fece scavare una roggia derivata dall’Oglio per irrigare le terre di Cividate e Cortenuova; il canale fu in seguito denominato Roggia Sale dal nome della famiglia che lo fece restaurare nel XIV sec. Nel 1337 fu scavato il Naviglio Civico di Cremona, la cui presa d’acqua si trova in territorio di Cividate.

Durante le lotte civili tra Guelfi e Ghibellini, che insanguinarono la Bergamasca durante tutto il XIV sec. e i primi decenni del XV, anche Cividate subì violenze e devastazioni: il 5 giugno 1404 una banda di Guelfi lodigiani incendiò e saccheggiò il paese.

Dai primi decenni del XIII secolo si andò formando il comune rurale, dapprima governato dalle famiglie nobili affittuarie dei terreni di Cortenuova, e in seguito aperto anche al ceto popolare. Le prime notizie sull’organizzazione comunale risalgono alla dominazione viscontea (sec. XIV). Tutte le cariche comunali erano affidate solo alle famiglie “antiche originarie”.

Nel gennaio 1427 il consiglio comunale di Cividate, in previsione della guerra con Venezia, giurò fedeltà al Duca di Milano nelle persone dei consoli Scolare Agnelli detto Caprone, Bertolotto Vegini e Giovanni Bolpono. Anche le famiglie Vegii e Pensamigola rimasero fedeli al duca di Milano.

Cividate, terra di San Marco (1428 – 1797)

Nella primavera del 1428 l’esercito veneziano occupava il territorio di Brescia e Bergamo fino al Fosso Bergamasco: Cividate diventava paese di confine ed entrò a far parte della Quadra di Calcinate. A questa circoscrizione amministrativa non appartenevano le podesterie separate di Romano e Martinengo: pertanto, i centri più popolosi della Quadra erano Calcinate e Cividate (a fine Cinquecento contavano entrambi oltre 1000 abitanti). Per evitare i contrasti tra queste due comunità il Consiglio di Quadra si riuniva a Mornico.

Il governo veneziano rispettò l’organizzazione comunale preesistente, ma penalizzò le antiche famiglie ghibelline favorevoli al passato governo milanese (Vegii, Agnelli, Pensamigola).

Nel 1454 il capitano generale dell’esercito veneziano, Bartolomeo Colleoni, ottenne in feudo i territori di Romano, Martinengo, Cortenuova, Mornico, Palosco, Cologno e Urgnano. Negli ultimi anni della sua vita (1470-1475) il capitano chiese a Venezia di aggregare al suo feudo anche il territorio di Cividate, dove possedeva oltre 500 pertiche di terra e varie case. Il governo veneziano, però, consapevole dell’importanza strategica di Cividate, riuscì a rimandare la decisione fino alla morte dello stesso Colleoni.

Nella seconda metà del XV sec. fu ricostruita in forme gotiche, ampliandola, la chiesa di San Nicolò.

La vicinanza del confine di stato favorì i commerci in tempo di pace, ma fu causa di frequenti passaggi di eserciti e di saccheggi nel corso delle guerre tra le due potenze confinanti. Risale probabilmente ai primi anni della dominazione veneziana l’origine della fiera di San Nicolò che si svolgeva nel prato dei Sentieri tra il 6 e il 13 dicembre di ogni anno, richiamando gente da ogni parte della Lombardia. Dal secolo XV il paese diventò sede stabile di un notaio che fungeva spesso anche da cancelliere del Comune. Grazie a questi documenti notarili si conosce con esattezza l’organizzazione del Comune e la suddivisione amministrativa del borgo.

L’organizzazione del comune rurale (XIII – XVIII sec. )

L’arengo

Era l’assemblea dei capifamiglia “antichi originari”. Si riuniva generalmente ogni sette anni nel cimitero accanto alla parrocchiale per eleggere i 42 consiglieri del “Convocato generale” o “Consiglio di Credenza”, all’interno del quale erano poi nominate tutte le altre magistrature comunali. L’assemblea era ritenuta valida se erano presenti i 2/3 più uno degli aventi diritto. Verso la metà del Cinquecento le famiglie antiche originarie erano poco più di un centinaio. In paese risiedevano però altre 30-40 famiglie di “forestieri”, che non avevano accesso alle cariche del comune e non potevano usufruire dei beni comunali. Le famiglie “forestiere”, in continuo aumento, chiesero al governo veneziano di poter essere equiparate nei diritti e doveri a quelle “antiche originarie”, tantopiù che queste ultime spesso faticavano a reperire i 42 consiglieri del Convocato generale. Il lungo contrasto fu risolto verso il 1570 da Venezia a favore degli “antichi originari”, ai quali fu riconosciuto il diritto di continuare a governare in modo esclusivo la comunità, ma si dovette ridurre il numero dei consiglieri dal 42 a 24 da eleggere ogni 4 anni anziché ogni sette. Fu anche ridotto da 6 a 5 il numero dei sindici.

Consiglio di credenza o Convocato generale

Fino al 1570 circa era composto da 42 consiglieri, ridotti a 24 dopo il 1570, che provvedevano a eleggere al loro interno tutte le altre cariche del comune.

Il Consiglio di Credenza, o Convocato generale, si riuniva ogni sei mesi solitamente in piazza o nella sala del Comune. Inizialmente la sede comunale era nella Rocchetta in Castello; nel XVI secolo fu scelta la casa presa a livello dal Pio Luogo Colleoni, che si trovava sul sito dell’attuale palazzo comunale.

Il Sindicato

Era composto da sei sindici, che svolgevano grossomodo la mansioni degli attuali assessori. Il loro numero corrispondeva alle porte, o rastelli, che chiudevano gli ingressi dell’abitato. Dopo il 1570 furono ridotti a cinque. Duravano in carica sei mesi. Tra i sindici veniva messa all’asta la carica di console. Sotto la dominazione veneziana veniva eletto anche un sindico con il compito di rappresentare Cividate nel Consiglio di Quadra.

Il Console

Questa importante carica, corrispondente a quella dell’attuale sindaco, veniva messa all’asta tra i sindici eletti dal Consiglio di Credenza. Il Console eletto doveva però fornire una caparra in denaro, garantita da persona idonea, in quanto egli era responsabile del bilancio del comune. La durata di questa carica era annuale.

I Campari

Erano in numero di due ed erano eletti ogni semestre. Il loro compito era quello di vigilare sul territorio, sull’ordine pubblico e sui raccolti. I campari, per tutta la durata dell’incarico, non potevano lasciare il paese ed erano tenuti a risarcire i danni (furti in campagna, danneggiamenti dal raccolto, ecc.) dovuti ad eventuali loro negligenze.

I custodi delle porte

A metà del Cinquecento erano 5: uno per ogni ingresso al paese. Duravano in carica sei mesi ed avevano il compito di sorvegliare le rispettive porte. In caso di epidemie dovevano impedire l’accesso in paese a persone e merci prive della cosiddetta “fede di sanità”.

Magistrature minori

Dalla metà del Cinquecento il parroco aveva anche il compito di “giudice di pace” (arbiter et amicabilis compositor). Venivano poi eletti 14 sindici per governare la parrocchia, che era di juspatronato comunale, 3 sindici per il governo della roggia Sale e 2 presidenti della Misericordia, l’ente assistenziale che distribuiva farina e denaro ai più poveri del paese.

Il comune rurale di Cividate non aveva uno statuto proprio, ma si governava in base allo statuto di Bergamo. Aveva invece un suo stemma documentato almeno dal XVII secolo, ma non se ne conosce l’iconografia. È probabile, però, che lo stemma attuale richiami quello antico.

Cividate tra XVI e XVII secolo

Il Cinquecento fu caratterizzato da guerre, carestie ed epidemie. Nei primi decenni del secolo si susseguirono invasioni da parte dei francesi e degli spagnoli, che arrecarono notevoli danni all’economia del borgo. Ritornati definitivamente sotto la sovranità veneziana i cividatesi portarono finalmente a termine i lavori di ricostruzione della parrocchiale, che dotarono di beni sufficienti al mantenimento di un parroco e di un viceparroco. In premio della loro generosità nel 1544 ottennero da Papa Paolo III il privilegio di nominare il proprio parroco. Questo privilegio rimase in vigore fino al 1940.

A causa delle continue guerre e carestie, verso la fine del Cinquecento si verificò un rilevante movimento migratorio di famiglie cividatesi verso la nuova città di Livorno, dove i Granduchi di Toscana stavano richiamando manodopera per la costruzione e il funzionamento del nuovo porto. Tra i cognomi tipicamente cividatesi ancora presenti oggi a Livorno figurano: Balestra, Bassini, Bolzoni, Caproni, Casanova, De Vecchi (De Vegiis), Conti, Contini, Gaiti, Giugni, Gandini, Lorenzini, Maggi, Marinelli, Paloschi, Pini, Valenti, Vicinelli, Vitali e Zamboni. Altri cognomi cividatesi si trovano oggi nelle città toscane di Pisa, Lucca e Pistoia: Cavati, Callegari, Fustini, Locatelli, Quaranta e Zappella.

Altre famiglie cividatesi emigrarono a Verona e Venezia; tra esse quella del mercante Francesco Balestra, da cui nacque a Verona nel 1666 il pittore Antonio.

A Seedàt, MurnìK, Palòsk, ‘ndéga mia quando l’è fosk!

La vicinanza del confine di stato favoriva il commercio di cereali, ma anche l’attività di contrabbando. Le cronache del tempo riferiscono di numerosi fatti di cronaca nera legata al contrabbando e alla malavita organizzata; tuttavia in questi atti criminosi non è mai stata segnalata la presenza di gente di Cividate. In quegli anni le sponde del Fosso Bergamasco erano costellate di croci, che ricordavano i contrabbandieri uccisi dalla guardie di frontiera mentre tentavano di varcare illegalmente il confine.

Nonostante le epidemie di peste del 1529 e 1575 e le difficoltà dei tempi, la popolazione del paese continuava ad aumentare: dai 1000 abitanti di fine Cinquecento si raggiunsero i 1400 a metà Seicento. E ciò nonostante la nuova epidemia di peste del 1630 che, fortunatamente, a Cividate provocò solo 76 morti. Nel 1689, a ricordo di questi morti, fu eretta la cappella dell’Addolorata dei Campiveri.

Nel corso del Seicento fu eretta la chiesa della Congregazione (San Luigi) con il relativo campanile; fu costruito il campanile di Santa Margherita e fu nuovamente ampliata la parrocchiale, sostituendo la copertura “a vista” della navata con una copertura a volta in muratura.

Il lungo periodo di pace seguito all’ultima epidemia di peste favorì la diffusione delle colture agricole provenienti dal Nuovo Mondo, come la patata e il mais, che migliorarono sensibilmente l’alimentazione della popolazione rurale. Ebbe un particolare sviluppo anche la coltura del gelso, che permise l’allevamento del baco da seta e, conseguentemente, la nascita dei primi filatoi.

A Cividate sorsero due piccole filande, la maggiore della quali si trovava nei rustici di palazzo Belvedere in contrada d’Oglio.

La fine del dominio veneziano e la breve parentesi napoleonica

Il Settecento iniziò con la guerra di successione al trono di Spagna. Il governo veneziano si proclamò neutrale tra le due coalizioni in lotta: Spagna e Francia da una parte, Savoia e Impero Asburgico dall’altra. Tuttavia Venezia permise ai due contendenti di passare sul proprio territorio a patto che risarcissero i danni eventualmente provocati dalla rispettive truppe.

Il territorio di Cividate, posto proprio a ridosso del confine, fu più volte attraversato da entrambi gli eserciti stranieri, che pretesero di essere foraggiati e riforniti di vettovaglie, senza tuttavia sborsarne il relativo prezzo. Non solo: molte delle nostre cascine e lo stesso paese subirono vari saccheggi ed ogni sorta di violenza come attestano documenti dell’archivio parrocchiale e vari atti notarili dell’epoca.

Nel 1713 la definitiva vittoria degli imperiali mise fine alla guerra e al dominio spagnolo sul Ducato di Milano, dove si installò un governatore austriaco.

Ritornata la pace ripresero le attività economiche e le condizioni di vita della popolazione migliorarono notevolmente. Il continuo aumento della popolazione rese necessario l’ampliamento delle aree coltivate, eliminando gli ultimi boschi lungo il fiume e sul confine meridionale del territorio. Sorsero nuove cascine (Biraga, Cascinone, Fornace) e quelle antiche furono ampliate e ristrutturate per far fronte alla nuove colture agricole. Risale infatti al XVIII secolo l’aspetto ancor oggi conservato delle antiche cascine San Giorgio, Motte, Bosco, Ceredello e Volpe, che furono tutte dotate di ampi loggiati e di aie per l’essicamento del mais e l’allevamento del baco.

Nel 1716 iniziarono i lavori per la nuova facciata barocca della parrocchiale e per l’abbellimento dell’interno del tempio. I lavori, durati fin oltre la metà del secolo, videro l’intervento di alcuni architetti come il Caniana e il Corbellino, di scultori come i Manni e i Callegari, e di vari stuccatori e decoratori, trai quali Muzio Camuzio, Pietro e Diego Aglio.

Intanto, però, la millenaria Repubblica di Venezia si avviava al suo tramonto, sempre più isolata politicamente e culturalmente dal resto dell’Europa.

Nella primavera del 1796 l’esercito rivoluzionario francese, guidato dal giovanissimo generale Napoleone Bonaparte, scendeva in Italia per muovere guerra all’Impero d’Austria e occupava il Ducato di Milano.

Incurante della neutralità del governo veneziano, Napoleone varcava il confine del Fosso e si spingeva fino a Bergamo. La primavera seguente i francesi provocavano una sommossa dei bergamaschi contro Venezia, imitati poco dopo dai bresciani. Col trattato di Campoformio (17 ottobre 1797) i francesi mettevano fine al governo della Serenissima e davano inizio ad un nuovo stato: la Repubblica Cisalpina, diventata Regno d’Italia nel 1805 quando Napoleone fu proclamato imperatore dei francesi.

Il Fosso Bergamasco cessò di essere confine di stato e fu in gran parte interrato.

Nel breve periodo della dominazione francese ( 1797 – 1814 ) vennero attuate le grandi riforme che posero le basi dello stato moderno: fu riformato il fisco con la realizzazione del nuovo catasto; entrarono in vigore i nuovi codici; si istituirono la scuola statale, la sanità pubblica (ospedali e cimiteri), la camera di commercio (con l’introduzione del sistema metrico decimale); fu imposta la coscrizione obbligatoria e fu introdotto un nuovo assetto amministrativo sul modello francese: la provincia di Bergamo diventò “dipartimento del Serio”, al quale furono aggregate la Calciana, la Gera d’Adda e la Val Camonica. A Cividate fu definitivamente abolita la distinzione tra “antichi originari” e “forestieri”, che da allora poterono partecipare all’amministrazione del comune. Nel 1805 fu realizzata la mappa del nuovo catasto e nel 1808 fu soppresso il cimitero presso la parrocchiale e spostato al sito attuale presso San Martino.

Nonostante queste importanti riforme il governo francese fu inviso e osteggiato dalla nostra religiosissima popolazione per il suo carattere anticlericale ereditato dalla rivoluzione del 1789. Pertanto anche i cividatesi accolsero con favore la notizia della sconfitta di Napoleone a Waterloo e la nascita del nuovo Regno Lombardo-Veneto sotto il diretto controllo della cattolicissima Austria.

Il Risorgimento nazionale

L’efficiente amministrazione austriaca migliorò le condizioni di vita della popolazione: nei primi decenni del nuovo governo Cividate ammodernò la sua rete viaria interna ed esterna; in particolare fu costruita la nuova strada per Cortenuova-Romano attraverso le cascine Biraga e Fornace (quella antica partiva dalla strada per San Giorgio e passava per il Roccolo e la Cipriana) e fu sistemata la strada Calciana per Calcio e Mornico.

Anche la parrocchia poté riprendere i lavori di abbellimento della chiesa e nel 1822 fu sopraelevato di 8 metri il campanile, dotandolo di nuove campane.

Nel 1836 scoppiò un’epidemia di colera che mieté oltre 70 vittime.

Negli anni seguenti si andò diffondendo anche a Cividate il movimento mazziniano della Giovane Italia, che auspicava l’unità nazionale e la liberazione dalla dominazione austriaca. Nella primavera del 1848, dopo la vittoriosa rivolta dei milanesi contro la guarnigione austriaca (le cosiddette “Cinque Giornate”), il sovrano piemontese Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria ed entrò in Lombardia alla testa del suo esercito e di migliaia di volontari provenienti da tutta Italia. Tra i volontari c’erano anche alcuni ragazzi cividatesi di età compresa tra i 21 e i 24 anni: Pietro Magetta, Giovan Battista Pagani, Gianbattista Santiago e Geremia Sassi.

Proprio mentre si svolgevano le prime operazioni militari moriva in Cividate all’età di 77 anni il famoso tenore Eliodoro Bianchi, che aveva cantato in tutti i principali teatri lirici italiani ed europei.

Purtroppo la guerra finì con le sconfitte di Custoza e Novara: i giovani patrioti cividatesi che avevano seguito Carlo Alberto trovarono rifugio in Piemonte, tranne il Pagani, che si era appena sposato ed abitava alla cascina Ruscotto. Il governo austriaco, rientrato in possesso della Lombardia, emanò severe leggi contro gli aderenti ai movimenti patriottici e comminò la pena di morte a tutti coloro che venivano trovati in possesso di armi.

La polizia perquisì la casa di Giovan Battista Pagani e, avendovi trovato varie armi (baionette, sciabola e fucile) lo arrestò. Il 7 luglio 1849, dopo un processo sommario, il ventiquattrenne cividatese fu fucilato nella Rocca di Bergamo con altri giovani patrioti bergamaschi.

Nella primavera del 1859, allo scoppio della seconda guerra d’indipendenza, altri giovani cividatesi seguirono l’esercito di Vittorio Emanuele II, che passò proprio da Cividate, diretto ai vittoriosi campi di San Martino e Solferino.

Dopo la spedizione dei Mille (1860) e la liberazione del Regno delle Due Sicilie, anche Cividate entrò a far parte del “Regno d’Italia”.

Cividate italiana

All’atto della costituzione ufficiale dello stato unitario (1861) Cividate contava 2000 abitanti, quasi tutti piccoli agricoltori. Nel 1863 un Regio Decreto modificava il nome del paese in “Cividate al Piano” per distinguerlo da altri comuni omonimi.

Nel febbraio 1862 si verificarono i prodigiosi avvenimenti che portarono, nel 1893, all’erezione del Santuario della Beata Vergine dei Campiveri (Vedi il paragrafo dedicato al Santuario).

La scomparsa del confine di stato del Fosso Bergmasco aveva ormai del tutto annullato i traffici commerciali e le attività artigianali che vi fiorivano attorno; anche l’antica fiera di San Nicolò aveva perso la sua importanza e la conseguente crisi economica aveva costretto molti cividatesi ad emigrare. La situazione migliorò con l’elezione a parroco nel 1869 del cividatese Don Ciriaco Vezzoli, che – oltre ad essere un ottimo pastore di anime – svolse anche un’intesa attività filantropica e sociale. A lui si devono, infatti, l’istituzione del primo asilo per l’infanzia (1870 circa) e dell’Ospedale (1878). Nel 1880 riuscì a convincere un industriale milanese ad impiantare uno stabilimento tessile in paese, che diede subito lavoro ad alcune centinaia di ragazze, molte delle quali erano forestiere, per loro fece erigere un pensionato, le cosiddette “Case operaie”. Nel 1880 attivò la “cucina economica” per prevenire la pellagra; negli anni tra il 1876 e il 1893 promosse l’ampliamento della parrocchiale e l’erezione del santuario e nel 1896, alla vigilia della morte, fondò la Cassa Rurale per combattere il triste fenomeno dell’usura.

Purtroppo Don Vezzoli non poté far nulla, nel 1878, contro la decisione dello Stato di intitolare “Stazione di Calcio” la fermata che si trovava in territorio di Cividate. A quel tempo il vicino comune di Calcio contava quasi un migliaio di abitanti più del nostro e ottenne perciò il privilegio di dare il proprio nome alla stazione.

Il novecento

Nel primo decennio del nuovo secolo la popolazione di Cividate raggiunse le 3000 unità nonostante un cospicuo flusso migratorio verso le Americhe, soprattutto verso l’Argentina e il Brasile.

La Grande Guerra (1915-18) completò l’unità nazionale con la liberazione di Trento e di Trieste, ma il costo del conflitto fu enorme, sia per l’Italia, sia per Cividate, che ebbe un centinaio di caduti.

Seguì il triste periodo della dittatura, che portò inevitabilmente a una nuova guerra e a nuovi lutti.

L’economia del paese, che aveva avuto un notevole miglioramento a cavallo dei due secoli, subì un progressivo rallentamento e Cividate ritornò ad essere uno dei più poveri centri della zona.

Solamente la fine della seconda guerra e la proclamazione della Repubblica diedero inizio alla ripresa economica degli anni Cinquanta del Novecento. La rinascita dell’industria e dell’attività edilizia di Milano favorì lo spostamento giornaliero di centinaia di lavoratori da Cividate al capoluogo regionale, grazie anche alla vicinanza della stazione ferroviaria. Si deve soprattutto ai mostri muratori, carpentieri e stuccatori la ripresa dell’economia e dell’espansione edilizia del paese, che in questi anni ha assunto l’aspetto di una moderna cittadina dotata di tutti i servizi indispensabili alla vita moderna.